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politica interna
4 settembre 2015
Enzo Puro scrive ....

Enzo Puro scrive ....


Come si fa a non essere d' accordo con Enzo Puro , questa è la pura verità questa è la situazione , se non ti va caro D' Alema ..un saluto e un arrivederci.

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CULTURA
28 agosto 2015
Posizione dominante, Google risponde a muso duro all'Ue: «Accuse infondate»

Posizione dominante, Google risponde a muso duro all'Ue: «Accuse infondate»


Mi chiedo se l'Ue avrà mai il coraggio di ringraziare Google per il l' immenso lavoro sociale svolto nel mondo intero a favore delle popolazioni, molte volte svolgendo attività che sarebbero state di competenza dei Governi che invece se ne infischiano ( si capisce che il successo crea invidia) Forza Google siamo con te!!!
politica interna
28 agosto 2015
IL PAESE DEI COMUNI SCIOLTI PER MAFIA

IL PAESE DEI COMUNI SCIOLTI PER MAFIA

IL PAESE DEI


 COMUNI SCIOLTI


 PER MAFIA

di GIUSEPPE BALDESSARRO e ALBERTO CUSTODERO, video di FRANCESCO COLLINA

Da quasi un quarto di secolo ogni mese un municipio viene commissariato per infiltrazioni della criminalità organizzata: è questo il bilancio della speciale legge introdotta nel 1991. Una norma che oggi, sulla scia dello scandalo per il caso di Mafia Capitale, si sente l'urgenza di rivedere. Ma il problema, rivela la storia di questi anni, non è tanto nel testo del provvedimento, quanto nel fatto che troppo spesso è stato usato come strumento di lotta politica tra gli opposti schieramenti.
Una norma preventiva snaturata dai governi


di ALBERTO CUSTODERO
ROMA - Una legge tutta da rifare? A quasi un quarto di secolo dall'entrata in vigore della norma sullo scioglimento dei comuni infiltrati dalla mafia, politica, società civile, associazioni antimafia si interrogano oggi se lo strumento dello scioglimento sia ancora attuale ed efficace. O se non sia meglio cambiarlo o modificarlo. A proposito del caso Roma, su cui il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha promesso un pronunciamento del Viminale per il 27 agosto, è lo stesso presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, del resto, a invocare addirittura un decreto legge che introduca strumenti ad hoc per affrontare le difficoltà di Comuni molto grandi.


"Bisogna individuare una terza via - dice Bindi - fra scioglimento o non scioglimento, e potrebbe essere un tutoraggio dello Stato, un'assistenza verso l'ente "parzialmente infiltrato", senza che questo debba essere commissariato o debba perdere la guida politica". "È importante dunque anzitutto intervenire sulle norme in materia di scioglimento - sottolinea il presidente dell'Antimafia - alla luce di un'esigenza che ha avvertito lo stesso governo presentando un disegno di legge che è attualmente pendente al Senato in attesa di approvazione".


Per capire cosa stia accadendo, è necessario fare un po' di storia. La legge 221 nacque nel 1991 da una situazione di emergenza, come risposta alla decapitazione avvenuta a Taurianova di un affiliato alla 'ndrangheta la cui testa fu lanciata in aria e fatta oggetto di un macabro tiro al bersaglio a pistolettate. La norma doveva avere valore preventivo, affidando al ministero dell'Interno il potere di sciogliere i Comuni in modo autonomo e svincolato dalle indagini della magistratura, lunghe e complesse. Da allora i governi hanno utilizzato questo strumento antimafia in modo altalentante, con una forte discrezionalità politica. Quasi mai sono intervenuti in via preventiva, quasi sempre hanno applicato la legge in seguito a indagini penali, snaturandone così il marchio di fabbrica. Hanno sciolto 258 amministrazioni locali e cinque Aziende sanitarie. Otto comuni hanno il record dei tre scioglimenti: Casal di Principe, Casapesenna, Grazzanise, Melito di Porto Salvo, Misilmeri, Roccaforte del Greco, San Cipriano d'Aversa e Taurianova. Trentotto sono stati commissariati invece due volte. Nel 2012 per la prima volta è stato sciolto invece un capoluogo di provincia importante come Reggio Calabria.

Al Centro Nord gli scioglimenti sono più rari: pochissimi in Piemonte, uno, a Sedriano, in Lombardia, anche se secondo alcuni esperti non era quello più "infiltrato" dalla 'ndrangheta. Quest'anno, poi, il prefetto di Reggio Emilia ha nominato la commissione per effettuare l’accesso nel comune di Brescello, il primo passo di una lunga procedura che deve valutare l'eventuale presenza di infiltrazioni mafiose nell'amministrazione comunale, un'anteprima assoluta in Emilia Romagna, quella che dal Dopoguerra in poi è sempre stata considerata la patria del buongoverno. E sempre quest'anno, per la prima volta "un accesso", come viene detto in gergo burocratico, ha riguardato Roma, la Capitale. Sotto le scure della legge non è mai caduto invece un Consiglio provinciale e allo stesso modo sono passati indenni anche i cosiddetti "enti terzi", come le società partecipate che, invece, sono sempre più strumenti di effettivo governo del territorio e, dunque, oggetto degli appetiti mafiosi.


Ma i criteri di scioglimento non sono sempre stati gli stessi. I governi tecnici degli anni Novanta, così come quelli del Duemila, non avendo interessi e finalità elettorali da tutelare, hanno fatto il massimo ricorso alla legge senza guardare al colore politico delle amministrazioni infiltrate: nel triennio 1991-94 gli scioglimenti sono stati in media 30 l'anno, 36 in 17 mesi con il solo governo Monti. Ma quando al potere vanno i politici, le cose cambiano e lo scioglimento passa, se così si può dire, da strumento, a strumentale. Strumentale per "tutelare" i Comuni del proprio colore e per prendere di mira quelli di colore opposto.

È il sociologo Vittorio Mete (autore del volume "Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni mafiose", Bonanno, 2009), a scoprire nei suoi studi questo singolare aspetto. "I governi di centrodestra e di centrosinistra - ricostruisce - sembrano comportarsi in maniera non troppo dissimile: essi tendono a sciogliere più frequentemente (quelli di centro-destra ancor più di quelli di centro-sinistra) le amministrazioni locali di opposto colore politico".


Gli scioglimenti, dunque (quanti, quali, dove) ci parlano certamente della mafia, ma ci parlano, anche, di come funzionano lo Stato e l'apparato dell'antimafia. E di come lo strumento sia al contempo strumento di contrasto alla mafia e strumento di lotta politica. Gli scioglimenti, infatti, dovrebbero rispondere a una sola logica: "Se le mafie condizionano o minacciano di condizionare un comune - spiega Mete - l'amministrazione comunale va sciolta. In caso contrario, no". Purtroppo, questi 25 anni di applicazione della legge ci raccontano una storia diversa fatta, per dirla con le parole di Raffaele Cantone, il magistrato a capo dell'Autorità nazionale anticorruzione, "di estenuanti 'mediazioni' politiche sugli scioglimenti".


Il riferimento, esplicito, è al caso del comune di Fondi, nel basso Lazio. Il municipio, amministrato dal Pdl e infiltrato da camorra, 'ndrangheta e mafia, il cui scioglimento fu chiesto per due volte nel 2009 dall'allora responsabile del Viminale Roberto Maroni (Lega) con la seguente motivazione: "Il Comune di Fondi presenta forme di ingerenza da parte della criminalità organizzata tali da compromettere il buon andamento dell'amministrazione, con grave e perdurante pregiudizio per lo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica. Emergono significative circostanze di vicinanza e contiguità al sodalizio in relazione al sindaco, a diversi esponenti della giunta. La presenza e l'estensione dell'influenza criminale rende necessario il commissariamento per 18 mesi". Nonostante ciò, Fondi fu salvato per due volte dal Consiglio dei ministri del governo Berlusconi. La maggioranza del consiglio comunale, approfittando del mancato intervento del governo, si dimise in massa, evitando i 18 mesi di commissariamento. Il ministro dell'Interno leghista avallò l'escamotage senza batter ciglio. Il comune andò subito al voto e il Pdl, con quasi tutti gli stessi amministratori oggetto dello scioglimento (alcuni dei quali riconfermati assessori), tornò al governo del comune con il 65 per cento dei voti. Il sindaco che guidava l'amministrazione collusa, Luigi Parisella, fu poi eletto in consiglio provinciale.


Bruno Frattasi, il prefetto di Latina che aveva chiesto lo scioglimento, fu oggetto di pesanti intimidazioni da parte dei vertici locali del Pdl: fu definito "pezzo deviato dello Stato" dall'ex presidente della Provincia di Latina, Armando Cusani. E il senatore Claudio Fazzone (ex Pdl, ora Fi), plenipotenziario di Berlusconi nel Pontino, minacciò di querelarlo, difese a spada tratta l'amministrazione infiltrata e invocò contro il prefetto addirittura l'apertura di una commissione parlamentare d'inchiesta. Fazzone, più volte citato nella relazione di Frattasi (in quanto socio del sindaco Parisella e di tal Luigi Peppe, "il cui fratello risultava in rapporti certi con una famiglia"), è attualmente componente della Commissione Antimafia che si sta occupando proprio di scioglimenti di consigli comunali. L'allora segretario Pd di Fondi, Bruno Fiore, infine, che si oppose con tutte le sue forze al mancato commissariamento, fu oggetto di un attentato intimidatorio fortunatamente fallito.


Insomma, il caso Fondi ha segnato uno spartiacque, un precedente assoluto e gravissimo, ha profondamente segnato, e minato la credibilità della legge, perché in quel caso lo Stato s'è arreso di fronte alla criminalità. "E ora è a rischio - commenta l'avvocato Francesco Fusco, del comitato antimafia di Fondi - l'intero funzionamento degli anticorpi normativi ed esecutivi contro la mafia. Qualunque comune colluso con la mafia ricorrerà alle dimissioni per potersi ripresentare, ripulito, e più in forze di prima".


Il dibattito sulla bontà della legge resta dunque aperto, ma, secondo Mete, il quadro va allargato ulteriormente. "L'analisi di alcune vicende - spiega il sociologo - fa emergere un altro aspetto, solitamente poco discusso: in molti casi di scioglimento per mafia il principale problema che pregiudica il buon andamento dell'attività amministrativa dell'ente locale non è quello mafioso". "Lo dichiara apertamente - aggiunge Mete - l'attuale Capo della Polizia che, in qualità di prefetto di Napoli, e riferendosi alla situazione campana, scrisse: 'Anche nei Comuni sciolti per infiltrazione camorrista, il tasso di condizionamento camorrista è sempre inferiore rispetto a quello dell'illegalità non connessa al crimine organizzato. Insomma, sembra prevalere un bieco clientelismo finalizzato in via esclusiva ad alimentare un sistema affaristico imprenditoriale di natura parassitaria, rispetto al condizionamento o alla collusione con le cosche che operano sul territorio'".


Siamo sicuri, allora, che per risolvere i problemi delle collusioni mafiose nei Comuni basti una ennesima modifica della legge? Inseguire una nuova riforma normativa non è forse un alibi della politica per non affrontare il vero problema, che è il funzionamento della democrazia a livello locale in ampi territori del Paese?
"Comuni sciolti per mafia, legge da rivedere ma il problema è culturale"


"Prima di cambiare applichiamola meglio"


di ALBERTO CUSTODERO
ROMA - "L'argomento principale dei critici è che l'attuale legge 'non risolve' il problema e il suo fallimento sarebbe attestato dai doppi e tripli scioglimenti dello stesso ente locale. In verità, è sempre difficile stabilire se una legge 'funziona' o meno. Quel che è certo è che non si può far discendere il giudizio sulla bontà di una norma dalla sua capacità di risolvere definitivamente un problema, specie se così ampio". Vittorio Mete, ricercatore in Sociologia Politica presso l'università di Catanzaro, è scettico rispetto alla necessità di cambiare la normativa.


Perché la legge è così tanto criticata?
"Da punto di forza, la celerità, la discrezionalità e la 'leggerezza' probatoria della legge (la cui natura ha una matrice emergenziale) sono diventati, con il tempo, il tallone d'Achille della normativa".


Che cosa è stato fatto per porre rimedio a questo punto debole?
"Per tentare di rispondere all'onda montante di critiche, il legislatore ha più volte provato a modificare la legge del 1991. La riforma del 2009 e le proposte di modifica attualmente in discussione - come le raccomandazioni formulate nel luglio 2015 dall'Antimafia - cercano di far affannosamente convergere questo strumento di contrasto verso forme di intervento antimafia più usuali, allontanandolo ulteriormente dalla sua impostazione iniziale. Dalla originaria finalità preventiva e responsabilità collegiale si va, infatti, verso una 'personalizzazione' delle responsabilità e delle sanzioni".


Secondo lei, questa è la strada giusta?
"Com'è facile intuire, questa deriva è fonte di non pochi problemi, visto che con un procedimento di fatto tutto interno alle prefetture e al ministero dell'Interno si va ad intaccare dei diritti costituzionali. Quest'ultimo punto è di particolare interesse perché aggiunge un tassello a quella che sembra essere una tendenza di fondo delle politiche antimafia: le misure che funzionano e portano frutti sono le stesse che fanno arretrare le garanzie e i diritti. Si pensi al vasto quanto problematico tema della confisca dei beni, alle interdittive antimafia, al regime detentivo speciale del 41-bis".


Come rendere la procedura di scioglimento meno discrezionale e aleatoria e più in grado di "giustificarsi", anche durante la gestione commissariale, agli occhi dei cittadini?
"Purtroppo, non solo in tema di Comuni sciolti, l'esperienza insegna che non basta ritoccare l'impianto normativo per avere un impatto, men che meno quello auspicato, sulla realtà. Al contrario, quel che spesso conta è la prassi applicativa che in questo caso è modellata dall'impulso politico del Governo e del Ministro dell'Interno, da inerzie organizzative, dal clima di opinione, dagli incentivi offerti ai diversi attori in gioco, perfino dalla propensione dei singoli prefetti a usare (o evitare) lo strumento dello scioglimento".


Cosa pensa del dibattito sorto attorno al caso Roma sulla necessità di cambiare la normativa sullo scioglimento?
"La storia degli scioglimenti (quanti, quali, dove) ci parlano certamente della mafia, ma ci parlano anche di come funzionano lo Stato e l'apparato dell'antimafia. Ben vengano, dunque, interventi migliorativi sul piano legislativo, a patto che essi non costituiscano una trappola che potremmo chiamare 'alibi delle riforme' che da tempo caratterizza il dibattito politico nel nostro paese, non solo a proposito di mafie. È un alibi delle riforme pensare che la soluzione normativa adeguata e risolutiva esista e che se non la si adotta è solo per incapacità tecnica o per mancanza di volontà politica. Allora, prima di riporre (nuovamente) tutte le speranze in qualche salvifico articolo di legge, sarebbe opportuno soffermarsi sulla pratica applicativa e tentare di incidere su di essa. Solo così si eviterà che si generi (ulteriore) sfiducia nei confronti delle istituzioni. Quella stessa sfiducia che è uno dei presupposti stessi dell'esistenza delle mafie".


Da Reggio a Platì i tristi record della Calabria


di GIUSEPPE BALDESSARRO
REGGIO CALABRIA - Dai piccoli municipi ai comuni come Reggio Calabria, capoluogo di provincia e città metropolitana. La legge sullo scioglimento delle amministrazioni "a rischio infiltrazioni mafiose" non ha fatto sconti. Una dopo l'altra, dall'agosto del 1991 allo scorso dicembre 2014, giunte e consigli mandati a casa su richiesta delle prefetture calabresi sono state complessivamente 79. Dati alla mano si tratta della seconda regione italiana nella quale la legge è stata applicata, con una situazione migliore soltanto alla Campania e leggermente peggiore la Sicilia. Un record per nulla invidiabile che si aggrava se si tiene conto della densità della popolazione (meno di 2 milioni di abitanti). Secondo gli ultimi dati ufficiali, in questo momento, i municipi commissariati e amministrati dai funzionari dello Stato sono 15, anche se in realtà il numero va aggiornato. Dopo le ultime amministrative di primavera infatti le urne hanno ridato un governo democraticamente eletto ai comuni di Melito Porto Salvo e Siderno (entrambi nella provincia di Reggio Calabria). Resta tuttavia un dato allarmante se si considera che in tutta Italia le gestioni commissariali per questioni legate alla criminalità organizzata sono complessivamente 27, e che quindi la metà di esse si trova in Calabria.


Dopo 24 anni di applicazione della legge, anche in Calabria non sono pochi i dubbi sulla validità dello strumento ideato a suo tempo per difendere i comuni dall'aggressione della criminalità organizzata e per colpire le complicità di amministratori e dipendenti infedeli. Non ha caso da mesi il Procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, parla di legge che "va rivista e aggiornata alla luce degli anni di esperienza fatta sui diversi territori".


Che la norma sia risultata spesso inefficace lo dimostrano i ripetuti scioglimenti di comuni come Lamezia Terme, Taurianova o Platì, tutti commissariati più volte. Per gli analisti è la dimostrazione che non sempre mandare a casa un'amministrazione e tornare alle urne dopo i 18 mesi (quando non ci sono proroghe) di amministrazione "controllata" sia risolutivo.


In questo senso l'ultimo caso giunto alla ribalta delle cronache è quello di Platì, piccola comunità nell'entroterra della locride, nella quale nessuno vuole più fare il sindaco convinto che il comune sarebbe comunque sciolto per mafia a causa della nomea di paese ad alta densità mafiosa o delle parentele scomode che chiunque, in maniera diretta o indiretta, ha con personaggi più o meno legati alla 'ndrangheta. Di fatto, tranne qualche breve parentesi, tra scioglimenti e dimissioni, a Platì non c'è un'amministrazione dal 2003 e anche alle ultime elezioni, la scorsa primavera nessuna lista è stata presentata.


Il caso più eclatante resta comunque lo scioglimento del comune di Reggio Calabria nell'ottobre del 2012, quando per la prima volta è stato sciolto un capoluogo di provincia. Non un municipio qualsiasi, ma una delle dieci città metropolitane, considerata dal punto di vista della popolazione, delle influenze politiche ed economiche il municipio più importante della regione. Insomma la capitale, anche se soltanto di una regione. Uno scioglimento decretato "per la contiguità con alcuni ambienti mafiosi", e dunque ben oltre il semplice rischio infiltrazione. Piccole e grandi città azzerate dal ministero degli Interni, ma non solo. Nel corso degli anni nel mirino della legge sono finte anche l'azienda ospedaliera di Locri, sciolta dopo l'omicidio del vice presidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno (primario del Pronto Soccorso), e l'Asp di Vibo Valentia pesantemente condizionata dai clan della 'ndrangheta.



Dal 1990 oltre 4mila gli scioglimenti "ordinari"


ROMA - Non ci sono solo le amministrazioni costrette a chiudere la loro esperienza prima del tempo per motivi drammatici come le infiltrazioni mafiose. Come ricostruiva il Sole 24 Ore di qualche settimana fa sulla base di dati del Viminale, dal 1990 ad oggi oltre 4mila municipi per vari motivi hanno interrotto la loro attività in via ordinaria, così come prevede l'articolo 141 del testo unico degli enti locali (Tuoel): dimissioni dei consiglieri (1309 volte dal 2001 ad oggi), approvazioni di mozioni di sfiducia (77 volte), dimissioni volontarie del sindaco (497 volte), mancata approvazione del bilancio (84 volte) e una serie di altri casi meno ricorrenti come il mancato rendiconto di gestione (3 volte).


Tornando a guardare i numeri sull'intero periodo di applicazione della legge, il risultato è davvero impressionante: la media è di 175 enti sciolti ogni anno, vale a dire un comune commissariati uno ogni due giorni.


Una volta stabilito lo scioglimento con un decreto del presidente della Repubblica, viene nominato contestualmente un commissario straordinario che resterà in carica fino alle successive elezioni, fissate solitamente alla prima data utile. Fanno eccezione i caso di scioglimento per impedimento permanente, rimozione, decadenza o decesso del sindaco, circostanze in cui il potere passa al vicesindaco incaricato, senza la designazione di un commissario, di condurre l'ente locale al voto per il rinnovo del consiglio.

da RepubblicaInchieste.it

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POLITICA
17 agosto 2015
Gli amplificatori della paura.....ILVO DIAMANTI

17 ago 2015

Gli amplificatori della paura

Gli amplificatori della paura

Di Ilvo Diamanti per Repubblica.it

VULNERABILI. Assediati dal mondo che incombe. Sopra di (e intorno a) noi. È il nostro ritratto, delineato, un giorno dopo l'altro, dalla Lega. E, anzitutto, dal leader, Matteo Salvini. Che, a Ponte di Legno, nel tradizionale raduno estivo dei militanti padani, ha "promesso" di bloccare l'Italia per alcuni giorni, il prossimo novembre.

In segno di protesta. Contro l'invasione dei migranti. Una questione evocata anche dal M5s. In particolare, dal portavoce e megafono, Beppe Grillo. Si cerca, in questo modo, di amplificare la "paura degli altri" che ci invadono da Sud. Magrebini e nord-africani: scavalcano i muri, pardon: i mari. A bordo di navicelle e barconi, guidati da pirati e briganti. E arrivano da noi, lasciando dietro di sé un numero innumerevole di morti. Annegati e abbandonati, senza sepoltura e con pochi rimpianti. Perché non possiamo e non dobbiamo rimpiangere chi se l'è cercata. Chi ha perfino pagato per intraprendere questa crociera dell'orrore. In fuga dalle guerre e dalla fame. E non possiamo rimpiangere chi non ha volto. Chi è senza biografia. E senza patria. (Altrimenti, perché lasciarla?). Se gran parte di questi disperati parte dalla Libia, comunque, noi che c'entriamo?

La Libia oggi è libera. Non c'è più il Tiranno. Anzi non c'è più nessun potere. Nessuna autorità. Non per nulla vi si è installato l'Is... Se i poveri ci invadono, noi ci dobbiamo difendere. Abbiamo impiegato decenni e decenni a conquistare il benessere. Dopo che i nostri avi - anche i miei - se ne sono andati altrove. Lontano. Oltre oceano. Dove ci trattavano con diffidenza. Per questo oggi è giusto contrastare l'invasione. I nuovi barbari. Ed è giusto difenderci dal mondo. Non solo dall'Africa. Anche dall'Europa. Che ci impone le sue regole, le sue politiche. Ma non è disposta a condividere i costi delle scelte "comunitarie". L'Euro(pa). Una moneta senza Stato. Un Marco mascherato. Sul quale incombe il profilo minaccioso di Schäuble. Accanto a quello, non meno inquietante, della Merkel. Viviamo tempi difficili. E indecifrabili. Dove si fatica a individuare il pericolo. A dargli un nome e un volto. Per questo la sfiducia cresce e si diffonde in modo rapido e profondo. Lo abbiamo già segnalato. Da gennaio ad oggi, il timore dell'immigrazione, in tema di sicurezza, è salito dal 33% al 42%, fra i cittadini (Sondaggio Demos, giugno 2015). Contemporaneamente, nella percezione sociale, si assiste al declino di ogni istituzione e di ogni potere. La fiducia nell'Unione Europea, in particolare, è ormai ridotta al 27%. Mentre la convinzione che "stare nell'Euro", per noi, sia vantaggioso è condivisa dall'11%. In meno di dieci anni, dunque, ci siamo trasformati nel popolo più euroscettico, mentre prima eravamo i più euro-entusiasti.

Il problema è che ci sentiamo indifesi. Senza autorità che ci proteggano. Senza ideologie che ci offrano certezze. Ma soprattutto, senza frontiere. Perché senza confini perdiamo identità. E l'identità serve a distinguere (ciascuno di) noi dagli altri. Serve a capire di chi ci possiamo fidare. A separare gli amici dai nemici. Senza confini: non riusciamo più a riconoscere gli altri e noi stessi. E la globalizzazione ha complicato tutto. Perché - per citare Giddens - ha "stressato" il rapporto spazio-temporale. La comunicazione globale, in particolare, ci fa sentire ancora più esposti, fragili. Interdipendenti dalle mille crisi - economiche, politiche, sociali - che, in ogni attimo, avvengono dovunque. Noi le percepiamo immediatamente. (Subito e senza mediazioni). E il nostro senso di impotenza si moltiplica. Figurarsi il flusso, quotidiano dei migranti. Seguito e amplificato, sui media, minuto per minuto, sbarco dopo sbarco, un morto dopo l'altro. La pietà? Quando non sfinisce nell'indifferenza (non ci possiamo far carico di tutti i problemi del mondo...), sconfina nell'ostilità. È un sentimento irrazionale. Materia di fede. Se ne occupino Papa Francesco e Monsignor Galantino. "Pietosi" di professione. Basta che poi non pretendano di rovesciare su di noi la loro Caritas irresponsabile.
Per questo - ci esortano Salvini, ma anche Grillo e altre grida di "all'armi" - dobbiamo reagire: contro ogni invasione. Che provenga dal Nord Africa, da Bruxelles o da Berlino. Prendiamo esempio dalla Gran Bretagna, disposta a bloccare il tunnel della Manica. Pur di arrestare l'invasione e difendere i propri "confini". La propria identità. Anche noi, sostiene Salvini, per tornare "padroni a casa nostra": presidiamo le frontiere. I mari del Sud. Allarghiamo le distinzioni e le distanze dall'Europa.

Ma, seguendo questo percorso logico e politico (non, per carità, politologico), potremmo spingerci perfino oltre. Oltre lo stesso Salvini, che vorrebbe conquistare il Sud e Roma, con la sua Lega Nazionale. Meglio, invece, rilanciare la Questione Meridionale. Per rammentare che l'Italia non esiste. È un'invenzione. Esistono, semmai, le Italie. La più affluente e sviluppata: il Nord. Pardon: la Padania. Perché dovrebbe pagare i costi "dei" Sud? Noi, orfani di frontiere e confini, di bandiere e ideologie. Oggi non sappiamo più chi siamo. Molto meglio, allora, seguire l'esempio di Viktor Orbán. Un faro. Il premier dell'Ungheria, per fermare i profughi, ha avviato la costruzione di un muro. Lungo i confini con la Serbia. Per difenderci dal Mondo, allora, erigiamo anche noi - non uno, ma - molti muri. Lungo le coste del Sud. Anche in Italia. Per difenderci
dal "nostro" Sud. E visto che tutto è cominciato nel 1989, ricostruiamo il muro di Berlino. Neutralizzerà la Germania. E ci restituirà un mondo "finito". Diviso. Un mondo più sicuro. Prima di allora, però, avvertitemi. Preferisco emigrare.
politica interna
12 agosto 2015
Addio Movimento Grillo vara il partito xenofobo e di destra

Addio Movimento Grillo vara il partito xenofobo e di destra

Il comico scippa alla Lega il tema stranieri e scomunica Buccarella che firmò l’emendamento che aboliva il reato di immigrazione clandestina

In un batti e ribatti di zitto-tu-che-nonsai-di-cosa-parli Grillo sconfessa la sua base. La base Cinquestelle prende tempo ma non si fa sconfessare dal fondatore. La Lega insiste nelle sue invettive contro tutti e tutto e Calderoli arriva ad attaccare il Vaticano dopo che il governatore Zaia provoca la Cei e quindi la curia veneta e dice: aprite agli immigrati i vostri seminari che restano chiusi. Forza Italia si smarca dalla linea del Carroccio, definisce «sterili le polemiche con il Papa» e ricorda a Salvini che il loro «comune nemico dovrebbe essere il governo e non certo la Chiesa». I continui sbarchi fanno diventare di burro alleanze politiche che l’emergenza immigrazione taglia con la lama facendo fettine di patti e strategie vere e presunte. A destra. Perchè a sinistra, nel Pd e oltre, almeno su questo, c’è e resta una comune visione del problema: l’immigrazione è un problema che però va affrontato e gestito nella consapevolezza della sua ineluttabilità e possibilmente con il massimo coinvolgimento dell’Europa.


Il leader 5 Stelle ha annusato, non da oggi, che il nodo immigrazione è buono per cercare facili consensi. Gli stessi che ha tirato su la Lega con l’abilissimo Salvini a forza di ruspe e fantomatici muri alzati in mare. E in vista della campagna elettorale 2016 – quando in primavera andranno al voto le più grande città Torino, Milano, Bologna, Napoli, Cagliari sempre che non si aggiunga anche Roma – prova a mettere le mani sul dossier che più di tutti è in grado di spostare facilmente consensi. E dire che nel 2013, nella campagna elettorale, tenne lontano la questione dal programma sapendo quanto avrebbe potuto dividere anche nel giovane movimento. «Se ci schieriamo sull’immigrazione prendiamo voti con percentuali da prefisso telefonico» disse Grillo. Tre anni dopo la questione è ineludibile perchè il dossier è in prima fila sui tavoli dei sindaci e su quelli del governo. Lasciarlo tutto alla Lega sarebbe imperdonabile. Ma il Movimento si spappola. La sequenza degli ultimi giorni è chiarissima: il monito di Papa Francesco («non accogliere i profughi è un atto di guerra»); il post del giorno dopo di Bertola, consigliere comunale M5S di Torino, con proposte di giro di vite su permessi e sorveglianza più stretta dei profughi; Salvini nell’inatteso ruolo dell’inseguitore («Grillo ci copia»); l’affondo della Cei e di monsignor Galantino («Basta con questi quattro piazzisti che non sanno cosa dicono»).


Dopo tre giorni di affondi, il senatore Cinque stelle Maurizio Buccarella, membro della Commissione Giustizia e, soprattutto, autore dell’emendamento che il 18 dicembre 2014 abolì il reato di immigrazione clandestina (reato che ancora vive perchè il governo non ha mai scritto la delega per l’abolizione) replica al collega di movimento Bertola e lo consiglia di tacere. Perchè «non conosce a fondo la materia». Per riparare alla mancanza, gli suggerisce il documento che sintetizza la politica del movimento in materia di immigrazione e politiche di accoglimento: accoglienza diffusa gestita dai sindaci e farla finita con Cara e Cie altri centri; permessi di soggiorno temporanei per consentire alla persone di circolare nello spazio Schengen; accorciare al massimo i tempi delle procedure per il rilascio dei permessi. Insomma, inclusione e non certo giri di vite nè muraglie di navi in mare. Un presunto protagonismo che Grillo ha immediatamente gelato e sconfessato ricordando a Buccarella di stare praticamente al suo posto. «Va ricordato al cittadino Buccarella – scrive il leader M5S – che nel Movimento non esistono gerarchie, tipiche invece dei partiti. Non c’è differenza fra un portavoce consigliere comunale e un portavoce senatore». Poi l’ex comico rivendica il fatto che la loro posizione è frutto di «un approccio pragmatico, lontano da sciacalli (così li aveva definiti Orfini, ndr) , commenti da bar, salvinate e boldrinate». Buccarella, «per il bene del Movimento e di tutti i compagni di viaggio» preferisce non replicare e non fare dichiarazioni. Fino a sera, quando si affida anche lui al blog. Come fa il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, uno che da tempo prende le misure a Grillo. «Non ho certezze -scrive il sindaco – so però che quando ci sono di mezzo esseri umani bisogna essere seri e non usare slogan». La base pentastellata discute e si divide. Scorrendo i circa novanta commenti sembra prevalere la linea dell’accoglienza. E Grillo sembra finire sotto accusa. Aldo chiede che si torni a votare. Era già successo nel 2014 ai tempi dell’abolizione del reato di clandestinità e vinse il partito dell’abrogazione. «Se sarà necessario anche questa volta torneremo alla consultazione della base» dice Buccarella.


Ma Grillo, che pure annuncia il ritiro politico e il ritorno in tv, ha ottenuto quello che voleva: intestarsi il dibattito sull’immigrazione che non è più un’esclusiva Lega. Lo ha messo sul tavolo e in agenda per il dibattito estivo visto che quello sulle riforme rischia di essere troppo tecnico e con scarso appeal. Gli sbarchi, invece, saranno il pane quotidiano delle prossime settimane. Se il Movimento sbanda, il leader pentastellato sta però abilmente negli ultimi giorni occupando la scena politica come mosse impreviste. Ha accettato di votare con Sel Carlo Freccero nel cda Rai. Ha rilasciato ben due interviste, una al Corriere della Sera e ieri sera a La7 quando ha attaccato il Capo dello Stato. «Mattarella? Non so neppure chi sia» ha detto ai microfoni di In Onda. «Ho sperato tanto che battesse un pugno sul tavolo con tutti questi decreti che con una parola capovolgono il senso originario. Invece nulla». E su questo è arrivato prima Grillo del Carroccio.
Da http://www.unita.tv

politica interna
10 agosto 2015
Senato, la task force sugli emendamenti: stamparli tutti costerebbe un milione di euro

Senato, la task force sugli emendamenti: stamparli tutti costerebbe un milione di euro


IL segretario generale Serafin mobilita 150 addetti. I tomi peserebbero 80 tonnellate

Di Dino Martirano per IL Corriere Della Sera.it

Elisabetta Serafin è il segretario generale del Senato dal 2011 e per la prima volta ha dovuto chiedere a funzionari, ingegneri, impiegati, addetti alle segreterie delle commissioni, tipografi e informatici di Palazzo Madama di modificare in corso d’opera il piano ferie di agosto per selezionare e catalogare i 513.449 emendamenti presentati al testo della riforma costituzionale del bicameralismo paritario: «In realtà - si lascia sfuggire la dottoressa Serafin prima di ribadire che preferirebbe non commentare in prima persona - si poteva rimandare il lavoro ai primi di settembre ma i nostri funzionari hanno inteso prendere il toro per le corna. E devo dire che c’è stata molta disponibilità da parte di tutti».
Così, se il senatore Roberto Calderoli (Lega) ha assoldato un esperto informatico per sfornare dal computer oltre 500 mila emendamenti (altri 6,5 milioni in preparazione per l’aula), gli uffici del Senato hanno allestito una task force in 48 ore composta dal vicesegretario generale Federico Toniato, dal funzionario della I commissione Affari costituzionali Alessandro Goracci e dall’ingegnere del servizio informatico Giampaolo Araco. Sono state allestite nuove postazioni speciali di lavoro per chi ha ricevuto l’ingrato compito di catalogare e selezionare 513.449 emendamenti: due schermi collegati a un solo computer per trascinare «a pettine», da un file all’altro, gli emendamenti di tutti i gruppi (circa 3 mila) nell’indice naturale costituito da 15 cd consegnati alla commissione da Calderoli con mezzo milione di proposte emendative.
Il presidente del Senato Pietro Grasso, che ha voluto ringraziare per lo sforzo tutti gli uffici coinvolti, è stato tenuto al corrente dell’operazione «ferie di agosto» con una serie di dati impressionanti. Una sola copia cartacea degli emendamenti (100 tomi da 1.000 pagine ciascuno) pesa 2,5 tonnellate e costerebbe solo di stampa 2.900 euro. Bene, a norma di regolamento (del 1971) il Senato dovrebbe «di regola» stampare almeno 321 fascicoli degli emendamenti, uno per ogni senatore. Così ragionando, però, i tomi da stampare diventerebbero 32.100, le pagine impiegate 32 milioni e 100 mila per un peso complessivo di 80.290 chili (insopportabili dai solai antichissimi di Palazzo Madama) e un costo stratosferico di 930.900 euro.
Il segretario generale Elisabetta Serafin ha dunque preso i dati sul budget annuale concesso per la stampa degli atti (681 mila euro già largamente corrosi dai 50 mila emendamenti presentati da Calderoli e dagli altri gruppi al testo dell’Italicum) e si è fatta due conti. Per cui la linea più probabile sarà quella di offrire il massimo dell’informazione a tutti i senatori utilizzando però il supporto informatico mentre alla commissione presieduta dalla senatrice Anna Finocchiaro verranno riservate le uniche copie cartacee. Il punto sullo stato dell’arte verrà fatto domani quando la task force si riunirà al Senato: l’obiettivo di produzione dei 150 addetti coinvolti è quello di arrivare 50 mila emendamenti catalogati. Se sarà raggiunto c’è un certo ottimismo nel rispettare la tabella di marcia e arrivare così preparati all’appuntamento dell’8 settembre. Ma potrebbe essere tutto inutile se la mancanza di un accordo politico facesse slittare il ddl direttamente in aula.
Perché non
addebitare il costo
a Calderoli visto
che lo prende come
gioco con i soldi del
popolo
italiano ?
politica interna
10 agosto 2015
Pd, Staino: «Compagno Cuperlo non vi sopporta più nessuno. Così uccidete la sinistra»
Pd, Staino: «Compagno Cuperlo non vi sopporta più nessuno. Così uccidete la sinistra»



Sergio Staino, il papà di Bobo, scrive una dura lettera, pubblicata dall'Unità, in cui attacca la sinistra Pd, i vecchi dirigenti del partito e in particolare Gianni Cuperlo, definito «un amico fraterno che stimo tantissimo e su cui ho sperato e operato per averlo come segretario».
«Oggi, così come vi comportate con Renzi, a mio avviso state pericolosamente aiutando una futura tragica vittoria di un Salvini o di un Grillo. Io considero Renzi un frutto amaro del nostro partito, un frutto che ci pone ogni giorno problemi difficili e non sempre positivi - scrive Staino nella lettera -. Ma detto questo, non mi riconosco certo in chi vede in lui il rappresentante di una feroce destra neoliberista totalmente asservita al capitale finanziario».
Poi Staino mette nel mirino i vecchi dirigenti del Pd: «Tutti loro, Gianni, sono ormai fuori dalla storia, nel bene e nel male hanno fatto il loro tempo e sono, come capita a tutti, finiti. Un sano atteggiamento riformista deve quindi, oggi, partire da questa constatazione: il lavoro fatto fino a ieri dai nostri dirigenti ha portato Renzi alla segreteria del partito e al governo e quindi, fino a prova contraria, non esistendo altre forze alternative di sinistra, Renzi è quanto di più progressista si possa avere in Italia in questo momento storico».
«Allora, ti chiedo, che senso ha fare una guerriglia interna al Pd quando non si hanno obbiettivi su cui spostare l’opinione, le speranze e la forza dei nostri militanti e dei nostri elettori? Cosa stai offrendo di concreto al loro smarrimento? Nulla. Solo la coscienza che Renzi è una merda. E allora? È chiaro che questo genera scoramento, amarezza e anche al miglior compagno viene la voglia di dire “ma andate a fare in culo tutti quanti”, e non va a votare, o vota grillino, o comincia ad ascoltare Salvini, o tenta la carta disperata di Cofferati, accumulando delusioni su delusioni e aprendo pericolosissime porte. Allora, un compagno serio e io, te lo giuro, ti considero un grande compagno e una persona onesta, seria e generosa, deve farsi carico di questa sofferenza generale e collettiva e lavorare per costruire un’alternativa».
«In questo modo - continua Staino - state uccidendo la sinistra, date un’immagine di voi stessi come degli estremisti disperati che urlano su tutto e tutti senza sapere cosa proporre. Addirittura state rincorrendo le spinte più corporative che sempre sono state presenti nella nostra società, nella scuola, nell’apparato pubblico, nelle fabbriche. Quando le vostre parole d’ordine coincidono con quelle dei Cobas o dei tanti sindacati autonomi, non vi vengono dei dubbi? Dovete smetterla con questa strategia suicida».
«Vai fra la gente, esci fuori dal gruppetto della Sinistra Dem e dai quattro vecchi marpioni che vi sovrastano. Vai fra la gente, come ho fatto io in varie situazioni, in un cinema affollato, in una trattoria, in un autobus e urla: “questa Sinistra Dem ci sta veramente scassando i coglioni”. Avrai come risposta una standing ovation, non vi sopporta più nessuno tranne, ovviamente, Renzi il quale con il vostro atteggiamento così assurdo e fuori dalla storia del nostro partito, si può permettere di twittare “Tanti auguri ai gufi”».
«Questo è tutto quello che mi allontana da te e da quel che rappresentate politicamente - conclude il papà di Bobo -. Io mi sento sempre di sinistra e cerco di portare le idee di sinistra dove posso, a cominciare dal giornale. Un grande abbraccio, Sergio».
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