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politica interna
7 settembre 2015
Approvate le nuove norme sul giudizio abbreviato
politica estera
1 settembre 2015
Ucraina, riforme nel mirino: così torna il caos

Ucraina, riforme nel mirino: così torna il caos

da Lettera43.it

Putin? La minaccia per Poroshenko è interna. Il nodo è la legge sullo status del Donbass. I nazionalisti affilano le armi. E il presidente traballa. Scontri a Kiev.

Quasi un anno dopo il primo accordo di Minsk (5 settembre 2014) e sei mesi dopo il secondo (11 febbraio 2015), l’Ucraina deve fare i conti con la realtà, che non è solo quella della Crimea annessa dalla Russia e del Donbass occupato dai separatisti con l’appoggio più o meno diretto del Cremlino: l’ex repubblica sovietica il nemico ce l’ha in casa.
Gli scontri di lunedì davanti alla Rada che hanno causato morti e feriti non sono da addebitare infatti sul conto di Mosca, ma sono il risultato del caos che regna nel Paese.
L'EQUILIBRIO INTERNO VACILLA. Come largamente previsto, la nuova élite arrivata al potere dopo la rivoluzione di Euromaidan che ha spodestato Victor Yanukovich e il suo clan, non è stata in grado di trovare un equilibrio interno per affrontare le sfide per il ricostruzione dello Stato.
Non è un caso che la situazione sia esplosa per la questione della riforma costituzionale e il decentramento amministrativo, uno dei punti fondamentali contenuto anche negli accordi di Minsk, senza la realizzazione del quale l’Ucraina corre il pericolo di diventare davvero un
failed state nel cuore dell’Europa.IL NODO DELLO STATUS DEL DONBASS. I nuovi provvedimenti, il più discusso dei quali riguarda il futuro status del Donbass, sono stati proposti dal presidente Petro Poroshenko e dal governo del premier Arseni Yatseniuk e approvati in prima lettura con una maggioranza poco al di sopra di quella assoluta (265 voti su 450).
Al governo, composto da cinque partiti sui sei presenti in parlamento, sono mancate decine di voti provenienti dai banchi di Patria, il partito di Yulia Tymoshenko, da quelli del Partito radicale, guidato dal nazionalista Oleg Lyashko e anche dai centristi di Samopomich, formazione forte nelle regioni dell’Ovest messa in piedi dopo la rivoluzione dello scorso anno dall’ex sindaco di Leopoli Andrei Sadovy.

Gli ultranazionalisti all'attacco di Poroshenko

Gli ultranazionalisti ucraini di Pravy Sektor.
I franchi tiratori erano annunciati da tempo, dato che nei mesi scorsi gli screzi nel governo erano aumentati, lasciando prevedere un esito del genere.
Per inserire le modifiche nel testo costituzionale a Poroshenko e Yatseniuk serve la maggioranza dei due terzi (300 su 450), esistente sulla carta, difficile però da mettere insieme.
In realtà il passo fatto dal parlamento è solo parziale, tanto più che il tema del Donbass dipende in realtà da una legge separata che, pur già approvata, entrerà solo in vigore quando il confine tra Ucraina e Russia attualmente controllato dai separatisti tornerà sotto il controllo di Kiev: per come si sono messe le cose tra le roccaforti filorusse di Lugansk e Donetsk non pare proprio che ciò accadrà in breve tempo.
I territori occupati del Sud-Est rischiano di rimanere lontani dal controllo di Kiev per un lungo periodo.
SCONTRO NEL GOVERNO. Il paradossale scontro interno al governo e quello violento fuori dalla Rada hanno visto in sostanza da una parte la frangia moderata trainata da Poroshenko che da mesi tenta di tenere in piedi la baracca seguendo la linea del compromesso e dall’altra le componenti radicali e ultranazionaliste che lo accusano di cedere troppo sia a Mosca che alle pressioni dell’Europa che vorrebbe comunque mettere un coperchio alla pentola che bolla prima che sia troppo tardi.
Responsabili dei disordini a Kiev sono state l’estrema destra di Svoboda, il partito di Oleg Tiahnybok, l’esponente più duro della troika che nel 2014 guidava l’opposizione contro Yanukovich (insieme con Yatseniuk e Vitaly Klitschko), e quella di
Pravy Sektor (Settore di destra), il gruppo paramilitare che ha dato già qualche gatta da pelare a presidente e premier.LA MINACCIA DI PRAVY SEKTOR. Entrambe le formazioni non sono in parlamento, se non con singoli elementi, basta comunque poco per accendere pericolose scintille.
Soprattutto Pravy Sektor, che con altri battaglioni che combattono nel Donbass, è ormai in rotta di collisione con le istituzioni centrali, rappresenta un pericolo per la stabilità del Paese. Il rischio di una terza rivoluzione, dopo quelle del 2004 e del 2014, non è certo elevato, visto che al momento gli oligarchi paiono stare alla finestra, in attesa anche delle elezioni amministrative di ottobre e magari di quelle politiche anticipate già il prossimo anno, ma a Kiev c’è chi gioca davvero col fuoco.

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Dove sta la novità ? Prima si forniscono 25 campi d' addestramento ai Nazifascisti e poi ci si meraviglia che a comandare sono loro ? Quando denunciavamo che avevano gli elmetti con la svastica nazista eravate tutti sordi e ciechi a cominciare dal Presidente Obama e a seguito tutta la UE... beh ! che dire Europa e America state faccendo una brutta figura .

SOCIETA'
16 agosto 2015
Vous vous demandez pourquoi les socialistes ne veulent pas que l’école continue à enseigner les grands auteurs de la littérature française ? ……N° 2. Réponse :
CULTURA
16 agosto 2015
Vous vous demandez pourquoi les socialistes ne veulent pas que l’école continue à enseigner les grands auteurs de la littérature française ? ……. Réponse :
politica interna
16 agosto 2015
La Resistenza è nata l'8 settembre e tutti la ricordino

La Resistenza è nata l'8 settembre e tutti la ricordino


Di Eugenio Scalfari su Repubblica.it
SPESSO mi vengono in mente strane associazioni di idee. Immagino che capiti a molti ed io di solito me le tengo per me, ma quelle di oggi desidero invece dirle: ho letto sui giornali che i lavori del Senato riprenderanno dopo la pausa estiva, l'8 settembre, sul tema — assai contrastato — della riforma costituzionale. Altro nessuno dice. Ebbene, sarà un caso, ma quella dell'8 settembre è una data fatidica nella storia moderna del nostro paese. Era il 1943 e il governo presieduto da Pietro Badoglio dette l'annuncio d'aver firmato l'armistizio con l'America e l'Inghilterra, aggiungendo che l'Italia si sarebbe opposta a chiunque si fosse schierato contro quella decisione. Di fatto (e di diritto) cambiavamo fronte, con un governo legittimo che controllava in quel momento soltanto i territori del Mezzogiorno dagli Abruzzi in giù; tutto il resto era nelle mani del governo di Salò presieduto da Mussolini e presidiato dall'Armata tedesca, dalle Ss naziste e dai fascisti.


In questa situazione accaddero due fatti rilevanti: l'esercito italiano si dissolse come neve al sole, lo Stato si sfasciò, la Patria con la P maiuscola si frantumò (per una trentina d'anni nessuno scrisse più la parola patria). In quegli stessi giorni cominciò la Resistenza nei territori occupati dai nazi-fascisti. Uno sfascio e una nascita. Questo doppio evento ha avuto un grande significato nella storia del nostro paese e venne annualmente celebrato al Quirinale, in Parlamento, all'Altare della Patria e alle Fosse Ardeatine. Ma anche quest'anno sarà così? Me lo auguro e per quanto riguarda il Quirinale ne sono più che sicuro.


Penso anche che ne parlerà la presidentessa della Camera (ancora chiusa) Laura Boldrini. Ma al Senato l'ordine del giorno prevede l'inizio della discussione d'un tema assai controverso che vede un solco profondo tra le varie forze politiche e all'interno del Pd. È probabile che il presidente Grasso ricordi l'8 settembre del '43 ma l'assemblea sarà comunque in tutt'altre faccende affaccendata. Non so se il regolamento parlamentare glielo consenta, ma auspico che Grasso dia la parola ai senatori che vorranno ricordare quell'avvenimento storico che è sempre estremamente attuale e poi tolga la seduta. Sarebbe un gesto estremamente apprezzabile anche se in palese contrasto con chi ha stabilito di cominciare proprio in quel giorno una querelle che dividerà profondamente gli animi anziché unificarli come il significato storico della Resistenza vorrebbe.
***
Gli altri temi di grande rilievo, alcuni di carattere internazionale, altri di carattere interno, sono: la Cina e la svalutazione della sua moneta, la Grecia e le decisioni finali dell'Eurogruppo convocato ieri a Bruxelles, la prospettiva sempre più urgente della nascita di un'autorità europea con una nuova governance, ampie cessioni di sovranità nazionali in economia e in politica. Per quanto riguarda i problemi interni campeggia quello del Mezzogiorno, del fisco e dell'occupazione ai quali altri se ne sono aggiunti: quello della Rai, quello della scuola, quelli della giustizia civile. Li ricordo perché è bene che siano tenuti presente, ma ovviamente cercherò di coglierne il significato con la massima brevità.


Il caso cinese non meritava l'allarme che per dieci giorni ha sconvolto i mercati di tutto il mondo. Più volte governi e Banche centrali dell'Asia, del Giappone, dell'Occidente avevano auspicato una svalutazione dello yuan che, per decisione del governo di Pechino, era stato fissato allo stesso tasso di cambio del dollaro. Un tasso artificiale e politico. Perché? Per incoraggiare gli investitori esteri a scegliere la Cina come loro mercato di espansione. A loro volta le esportazioni cinesi continuavano ad essere incoraggiate dai bassissimi costi di produzione e la moneta cinese comprava titoli pubblici americani in una misura addirittura preoccupante: con quelle riserve, quando l'avesse voluto, la Cina poteva comprare mezza America e mezza metà del mondo (come in parte ha fatto).


Ma ora svaluta la sua moneta. Perché? Perché le esportazioni sono fortemente diminuite, molte imprese private cinesi hanno ridotto il loro lavoro e l'occupazione. Di conseguenza i consumi ristagnano. Questa è la ragione della svalutazione dello yuan, oltre al desiderio di internazionalizzare la sua moneta negli organismi mondiali. Non ci sono dunque motivi di allarme. Tutto può accadere ma non è nelle previsioni.


Della Grecia c'è poco da dire. La trattativa si è alla fine chiusa positivamente anche se la Merkel ha alzato la voce: la Germania va al voto tra due anni e Angela deve fare la faccia feroce per mantenere il consenso della sua pubblica opinione. Gli altri lo sanno, a cominciare da Draghi, e questa è la partita la cui fine positiva è evidente.


Quanto all'Europa, il caso greco è stato provvidenziale per dimostrare la necessità di fare passi avanti verso lo Stato federale. Tra i più autorevoli sostenitori di questa tesi in Italia ci sono Romano Prodi e Guido Rossi. La Boldrini lo scrive esplicitamente sui giornali e ha l'intenzione di convocare i presidenti delle Camere di tutta Europa per una posizione comune. Sarebbe importante se ci riuscisse.
***
Dei tre temi che dominano la situazione italiana c'è da dire che non si stanno facendo grandi progressi. Sono entrati nell'agenda del governo è questo è già un apprezzabile risultato, ma non si è andati molto più in là. Le procedure sono lunghe, la semplificazione della pubblica amministrazione comporta anch'essa una procedura assai complessa; Aldo Moro ai tempi suoi sosteneva che fosse necessaria almeno una generazione per rifondare lo Stato, perché di questo in realtà si tratta. In tempi di avanzata tecnologia diciamo pure che ci vorranno tre anni. Il resto, le novità che annuncia il ministro Madia, sono giocattolini da mettere sotto l'albero di Natale.


Questo per quanto riguarda il Mezzogiorno. Il punto che realmente bisognerebbe portare avanti è quello di far nascere ed educare una nuova classe dirigente e politica. I partiti nel Sud sono riserve di caccia, emirati, lobby, "ascari" come Salvemini chiamava i sostenitori di Giolitti. Dopo più d'un secolo i tempi non sono affatto cambiati. La gente onesta e consapevole del Sud è sempre più tentata dall'astensione. Oppure dal votare per gli "sceriffi" e gli "sceicchi"; ma non sarà un bel risultato. Il resto, l'occupazione, il sostegno dei poveri, gli investimenti, l'andamento del reddito, sono, questi sì, obiettivi dove il governo è concretamente impegnato e gode anche del sostegno di Mario Draghi.


Qualche miglioramento c'è ma ancora impercettibile. Le cifre del Pil aumentano in maniera marginale, quelle dell'occupazione non sono ancora positive e i consumi non riescono a ripartire.
Questa è la situazione. In parte dipende dal governo ma anche dall'Europa. Speriamo che consenta quella famosa flessibilità che finora però è parola ma non fatto.


Della riforma costituzionale del Senato non ho alcuna intenzione di parlare. Quello che penso l'ho già detto nelle lettere che ci siamo scambiati recentemente con Giorgio Napolitano e, per quanto mi riguarda, non ho altro da aggiungere. La partita è in mano a Renzi e ai dissenzienti del Pd. Ma una cosa è certa: il premierato, come il nostro presidente del Consiglio lo intende, non è compatibile con la democrazia parlamentare. Che ognuno si regoli come meglio crede.

LAVORO
11 agosto 2015
Stipendi d'oro in CIsl: “Io verrò espulso. Cosa succederà a chi intasca i soldi?”

Stipendi d'oro 


in CIsl: 


“Io verrò espulso. 


Cosa succederà a chi



intasca i soldi?”



Parla Fausto Scandola, il pensionato che ha fatto esplodere il caso. E annuncia una denuncia penale
di PAOLO GRISERI per RepubblicaEconomiaFinanza.it

FAUSTO Scandola, in Cisl dal 1968, è il pensionato della Fisascat che ha fatto esplodere il caso degli stipendi d'oro. Ora i probiviri nazionali lo hanno espulso e lui annuncia la denuncia penale.


Signor Scandola, lei è in Cisl da quasi 50 anni. Perché denunciare proprio oggi?
"La storia dei mega-stipendi non la conoscevo. Ho cominicato ad incuriosirmi quando è scoppiato il caso della mega-pensione di Raffaele Bonanni. Ho cercato di capirne di più e il 13 aprile ho scritto una lettera al segretario Furlan".


Chiedendo le sue dimissioni per "incompatibilità morale ed etica con chi rappresentiamo".
"Quella frase era per dire che noi non possiamo chiedere soldi a chi guadagna 10 mila euro all'anno e finanziare stipendi da 300 mila".


E per questo l'hanno espulsa?
"Il primo maggio, visto che non ricevevo risposta dal segretario generale, ho mandato copia della lettera a una parte dei membri dell'esecutivo. Nella lettera si facevano gli esempi di dirigenti che arrivavano a cifre enormi ".


Lei come aveva avuto quelle cifre?
"Da quando ho cominciato a interessarmi di questa faccenda hanno iniziato ad arrivare a casa mia segnalazioni anonime di persone che mandavano, scandalizzate, informazioni di questo tipo. Poi ci sono dei modi più semplici: molti sindacalisti sono al Cnel e lì devono rendere pubblici i redditi".


Che cosa è accaduto dopo?
"L'intera segreteria nazionale mi ha deferito ai probiviri del Veneto per aver tenuto un comportamento indegno. Mi hanno punito con un richiamo. Allora Furlan e l'intera segreteria hanno fatto ricorso ai probiviri nazionali ottenendo di trasformare il richiamo scritto in espulsione".


E adesso lei che cosa farà?
"Sto contattando un avvocato per oppormi in tribunale all'espulsione. Ma non è importante quel che accadrà a me. Piuttosto vorrei sapere quel che accadrà a chi ha intascato in tutti questi anni i soldi dei lavoratori".


E che cosa dovrebbe accadere? Dicono di aver rispettato il regolamento e che da adesso ne entrerà in vigore uno più duro.
"Non è vero. Il regolamento di oggi è uguale a quello del 2008 e quei cumuli di pensioni, stipendi e indennità non erano consentiti in quella misura già da allora. Ma sono stati fatti e sono stati tollerati. Mi risulta che lo stesso segretario generale abbia uno stipendio molto alto. Allora, adesso non si può dire "chi ha dato ha dato, mettiamoci una pietra sopra ed espelliamo Scandola". Un sindacalista quando porta a casa i soldi alla fine del mese deve sempre ricordarsi che arrivano dai lavoratori".


Lei è in Cisl da molti anni. Non le pesa fare questa denuncia verso i dirigenti del suo sindacato?
"In queste ore mi arrivano molti attestati di stima da parte di amici e persone iscritte alla Cisl. Non sono cose che si fanno alla leggera. Ci sono amici che in questi mesi non ho più chiamato per evitare di danneggiarli".




permalink | inviato da Dino74 il 11/8/2015 alle 11:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
consumi
8 agosto 2015
«Dateci soldi per vivere e condizioni umane» immigrati devastano hotel in Campania

«Dateci soldi per vivere e condizioni umane»
immigrati devastano hotel in Campania

Una protesta clamorosa, in un albergo sulla Domiziana, arteria costiera che collega Napoli a Formia e Gaeta.

Circa trecento immigrati hanno devastato l'hotel Di Francia, dove sono ospitati, lamentando condizioni di vita disumane, dalle scarpe consunte ai servizi igienici inservibili, e il mancato pagamento da parte del Prefetto del ticket money (del valore di circa 2,50 euro al giorno).

I manifestanti hanno gettato in strada materassi e mobili, rallentando anche la sostenuta circolazione verso il mare. E' dovuta intervenire la polizia di Giugliano per sedare il clima di minuto in minuto più teso.

Da IL Messaggero.it
A casa loro avevano una camera da letto cosi ?
Ecco il risultato ad essere caritatevoli....ed ecco come Salvini vincerà le elezioni prossime

3 Scafisti tengono a bada 500 persone, nessuno che si azzarda a fiatare, qui mentre li si aiuta come si può si ribellano e sfasciano tutto ....chissà cosa avrà da dire il buon Francesco ?
O si usa la mano decisa o l' Italia la regaliamo a Salvini e soci.
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